Art and the City

A cura di Simona Gavioli
Milena Buzzoni, Federica Gonnelli, Alessandra Maio, Francesca Pasquali.

Dopo 365 giorni dall’inaugurazione eccoci qui, a parlare ancora d’arte sullo sfondo del quartiere più caratteristico della bella Bologna, la Cirenaica. Luogo storico un tempo abitato in prevalenza da umili lavoratori è ora diventato centro di fermento e cultura, Barrio come direbbero gli spagnoli dove negli ultimi anni sono nati prestigiosi “Food a Porter”, bar chic, ristoranti tipici e club esclusivi, dove sviluppano e creano importanti design in giganteschi loft modello newyorkesi e dove esattamente un anno fa, è nato SpazioBlue.

Proprio qui, tra piccole viette alberate e casette a due piani ognuna con un minuscolo giardino dove si riunivano bambini a giocare per le strade e dove, ora, tra mura spesse si costruiscono tasselli di storia e frammenti di un clima intellettuale in fermento e in costante evoluzione. SpazioBlue vuole essere una congiuntura di riflessione tra passato e presente, comunicare e comunicarsi in un susseguirsi di attimi che hanno urgenza di rimanere nella memoria collettiva e che desiderano lanciare un messaggio al nuovo millennio.

Art and the city racconta la storia di quattro artiste, giovani donne che hanno deciso di vivere la loro vita per/con l’arte narrandocela sottovoce. Ognuna di loro comunica la sua necessità e la rende visibile e tangibile costruendo un percorso che spazia dalla parola alla scrittura dal materiale all’incorporeo dal plastico all’inflessibile passando dall’etereo fino ad arrivare alla spiritualità della percezione che diventa linguaggio e comunicazione. Il bisogno impellente di lasciare una traccia nel nostro universo le spinge a cimentarsi con questa grande macchina che è la parola/scrittura/segno dove la voce narrante delle loro storie è SpazioBlue.

Quattro storie, quattro tecniche e quattro stili di parlare d’arte e di saperla trasmettere allo spettatore perchè ne possa cogliere la vera essenza. Perché la comunicazione, sia essa acerba o crudele sia implicita o esplicita è un grande bagaglio culturale da conservare e da divulgare e deve sapersi trasformare all’occorrenza in arte per poter rendere eterno il momento in cui viviamo.

Così Milena Buzzoni con il suo lavoro si appropria di quell’arte senza schemi, senza rappresentazioni e composizioni per ghermire la struttura della materia come linguaggio essenziale. Nelle opere presentate la forma e’ scomparsa, il colore si fa incerto e viene sostituito da sostanze, granelli, abrasioni, miscugli e impasti che raccontano la gestualità emotiva e mentale del suo fare pittura. La Buzzoni comunica attraverso le sue impronte che sulla superficie della tela diventano promemoria di una realtà nella ricerca dell’esistere tracciando una mappatura che sembra rompere il limite del quadro per entrare direttamente nel nostro quotidiano. Per Federica Gonnelli la ricerca ruota sul ritrovamento di una possibile identità, un percorso che si snoda attraverso reale e virtuale, sogno e realtà, vedere e non vedere, trovando nel testo scritto e parlato un alter-ego, una indispensabile seconda pelle rappresentata dal velo d’organza. Ce lo mostra con la sua installazione “Corpo del Testo-Testo del Corpo” dove grazie alla trasparenza del velo il corpo si sovrappone al testo scritto e parlato, scoprendo/velando le similitudini tra ciò che siamo, il nostro corpo e ciò che esprimiamo: il testo. In quest’opera tutto ciò che percepiamo è filtrato dal nostro corpo e attraverso di esso amplificato e riprodotto attraverso la comunicazione: perché comunichiamo ciò che siamo e siamo ciò che comunichiamo. La cangiabilità imperante nell’installazione è la cangiabilità della nostra società basata sulla comunicazione, che è allo stesso tempo espressione e mascheramento dell’essere. Come in una “SOAPopera”, Alessandra Maio utilizza il sapone di Marsiglia come metafora dell’esistenza. Lavare/pulire che con un gesto rimandano ai concetti di pulito e di sporco ricordando un pò la nostra società. Le frasi e le parole incise sulle saponette si ispirano a queste idee per poi perdersi in vari riferimenti. “Me ne lavo le mani”, esplicito riferimento al Vangelo di Matteo. “Acqua e sapone”, “A wash and brush-up” si rifanno a modi di dire. “Immersion washing”, “toglie le macchie”, “wash-and wear”, “separare i colori” sono rubate alle etichette di vestiti e detersivi. Frasi che si prestano a giochi di parole e doppi sensi, “brush off”, “wash out” “cleanse” È un’opera che induce l’osservatore ad avvicinarsi e a perdersi nel labirinto metaforico del linguaggio che coinvolge non solo la vista ma anche olfatto e tatto. Per Francesca Pasquali la ricerca sui materiali non tradizionali si accompagna alla ricerca sulla relazione tra opera e fruitore, nella creazione di nuove forme di comunicazione con il pubblico, che da passivo osservatore diventa compartecipante dell’opera stessa. Un’incessante ricerca sulle possibilità espressive dei materiali sintetici, dove il canale percettivo del tatto vince sugli altri sensi. La Pasquali non comunica solo impressioni visive, ma induce ricordi tattili: cosi toccare diventa un memorizzare sensazioni, invitando i sensi ad esplorarle ed il corpo a plasmarle, sprofondando nella flessibilità dei grovigli tessuti, mutandone talvolta la forma.

“Ogni stile postula una teoria, una tradizione intellettuale e un impegno etico”.
(M.Augé)

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